Hammam

hammam interior

La baita turca

Vi verrebbe in mente di andare a Roma e non vedere il Colosseo?
E quindi potevamo andare in Turchia senza passare per il famoso Hammam, il bagno turco?
Ad ogni buon conto, per evitare qualunque rischio, Mara ha prenotato una… seduta (?) già prima di partire.
La scelta è stata quasi obbligata dato che la mia dolce metà ne voleva uno misto – perché gli hammam solitamente non lo sono. Uomini da una parte, donne dall’altra – e l’unico bagno che permette l’ingresso alle coppie è il Suleymaniye Hamam.
L’hammam risale al 1557 e pare sia stato realizzato dall’architetto Sinan che, durante il regno del sultano Suleiman il Magnifico, realizzò centinaia di edifici contribuendo alla magnificenza della città.

Arriviamo trafelati con qualche minuto di ritardo rispetto all’appuntamento – persi tra le ripide salite attorno alla maestosa moschea Suleymaniye.
I gestori però non sembrano particolarmente turbati dal nostro ritardo.

Veniamo accompagnati all’interno di una baita tirolese col soffitto da moschea. Dopo aver saldato il conto (salato!) veniamo fatti accomodare su cuscini posti per terra e ci viene consegnato una specie di menu con le istruzioni per l’uso.
Mentre attendiamo di essere chiamati vediamo passare coppie avvolte in tovaglie da picnic.

Arriva il nostro turno. Ci consegnano le nostre tovaglie. Anzi, la mia tovaglia. Per le signore sono previsti dei conturbanti mutandoni della stessa stoffa.
Terminata la (s)vestizione inizia il percorso.
Attraversiamo la baita tirolese anche noi nelle nostre tovaglie e mutandoni e veniamo accompagnati nella sala principale.

Una grande sala quadrata con tetto a cupola, decorato con i caratteristici motivi arabi e ricoperto di marmo. Su tre dei quattro angoli ci cono delle salette con dentro gente. Sui lati sono ricavate delle nicchie con lavandini in pietra e ciotole di metallo. Al centro della grande sala c’è una specie di enorme tavolo in marmo dove 4 coppie stanno sdraiate come cetacei spiaggiati.
Il clima all’interno della sala è quello di una foresta pluviale durante un’ondata di calore: ci saranno 50°C col 2000% di umidità. È un po’ come stare all’interno di una pentola a pressione. Tutto è ovattato da una nebbiolina vaporosa come in un film soft porno anni ’70.

In questo ambientino ameno ci dobbiamo passare la bellezza di 40 minuti sdraiati sul comodo lettone in marmo. Dicono che così ti liberi delle tossine. Dopo 15 minuti ci si libera anche della voglia di vivere.
Lessati per benino, veniamo chiamati all’interno di una delle salette agli angoli dove ci accolgono 2 massaggiatori.
A Mara tocca un ragazzo cingalese o filippino, chissà? Di certo non era turco.
Io vengo affidato alle amorevoli cure di un signore sessantenne burbero che, con suoni gutturali e gesti da domatore di fiere, mi intima di sedermi in un angolino accanto a un lavandino.
Qui veniamo inizialmente presi a secchiate di acqua gelida. Che farebbero anche piacere data la temperatura dell’ambiente se non fosse che il trattamento somiglia più al waterboarding. Ho pronti i documenti per una denuncia alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo.

Lazzaro

Lazzaro

Sopravvissuto alla tortura da Guantanamo, vengo invitato – sempre tramite grugniti e gesti – a sdraiarmi a pancia in giù su un tavolo da macellaio in marmo. Qui, proprio come fossi un quarto di bue, vengo preso a mazzate prima – sarà la frollatura – e successivamente massaggiato come un manzo di Kobe. Non vedo la birra però.

A questo punto si passa alla fase successiva: l’insaponatura.
Il cordiale vecchietto prende una federa da cuscino, la immerge in un secchio e, tiratala fuori, la gonfia come un palloncino. Quindi mi passa questa specie di vescica gonfia su tutto il corpo. In pochi minuti sono ricoperto di una schiuma di enormi bolle bianche.
Do una sbirciata al tavolo dove sta Mara a cui il filippino sta facendo lo stesso trattamento in sincrono. È scomparsa sotto una montagna di schiuma bianca anche lei.

Si torna seduti accanto al lavandino e via con la seconda sessione di waterboarding per sciacquarci. Anche stavolta evito l’annegamento per poco.

Lazzara

Lazzara

Atto finale.
Usciamo dalla vaporiera e veniamo parcheggiati in uno stanzino. Qui, restituiamo le tovaglie da picnic e ci vengono consegnati dei teli di cotone bianchi. Uno ce lo leghiamo attorno alla vita a mo’ di pareo. Con altri due invece ci coprono spalle e testa. Alla fine sembriamo la salma di Lazzaro risorto.

Così agghindati veniamo accompagnati in un’ultima sala di decompressione dove, sorseggiando un tè turco, posso finalmente rilassarmi a temperature umane e senza nessuno che mi maneggi come un prosciutto da marinare.

Mara dice che è stato splendido, rilassante, tonificante, appagante.

Io non credo che ci rimetterò più piede.

P.S. mi scuso per la qualità delle immagini ma sono state fatte col cellulare in ambiente poco illuminato. Quanto ai soggetti, il cellulare non ne ha colpa!

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