A Week in London

London Eye

Baci dall’alto

La mattina che atterriamo Londra ci accoglie con un cielo plumbeo e qalche spruzzata di pioggia. Beh, è Londra diamine, mica Tenerife!

Il viaggio non era partito col migliore degli auspici: la sveglia, puntata alle 4:45, non ha suonato e siamo stati svegliati da un messaggio di mia sorella che ci annunciava di essere pronta. PANICO!
Ci vestiamo in tempo zero, chiudiamo i bagagli e schizziamo in auto verso l’aeroporto col terrore di esserci dimenticati qualcosa di essenziale.

Alla fine, l’unica cosa che ho lasciato a casa è stato il giubbino impermeabile. Dimenticanza che avrebbe potuto rivelarsi fatale. Al terzo giorno di nuvole, pioggia e freddo sono stato costretto a comprarmi un giubbotto per evitare l’assideramento!

La prima prova di ciò che mi avrebbe atteso nei giorni a seguire la ho però ancora in aeroporto: il trenino automatico che porta da un terminal all’altro di Stanstead dev’essere stato costruito da un’azienda specializzata in veicoli frigoriferi. Pochi minuti di corsa bastano a farci arrivare congelati come quarti di bue all’uscita.

pub

Il pub sotto casa nostra

Da Liverpool Street, raggiunta con un comodo viaggio sullo Stansted Express, la Circle Line ci porta a Latimer Road, in zona West Kensington. Dieci minuti a piedi e arriviamo al nostro appartamento trovato su AirBnB. Sono da poco passate le 9 del mattino.
Seguendo le istruzioni della padrona di casa infiliamo la mano nella buca delle lettere, tiriamo la catenina attaccata e… NON CI SONO LE CHIAVI!

Ci troviamo in una zona residenziale, non c’è traccia di negozi all’infuori di un pub che a quell’ora è chiuso. Dopo un iniziale smarrimento ci accorgiamo che proprio accanto al portone c’è un ufficio. Un tizio alla Bob Hoskins, dopo averci guardato vagare lì davanti, esce e chiede se siamo i nuovi inquilini dell’appartamento di RA-FI-ÈLAH (che sarebbe Raffaella).

Sex Pistols

Incorniciato nel nostro appartamento

E qui ho subito il primo incontro con il britannico da stereotipo di cui mi ero quasi dimenticato dopo anni di permanenza in Italia: simpatico e… stronzo! Infatti, dopo aver saputo che eravamo italiani, ci fa “non è un po’ presto per presentarsi all’appartamento?” (aveva perfettamente ragione. Il check in era previsto per le 14!) “ah sì, ma voi siete italiani…” col classico tono canzonatorio-snob tipico degli abitanti della bella Albione. E a suffragare la sua tesi sulla nostra atavica avversione alle regole, ci racconta che ha un casale in Umbria (evidentemente il signorino è danaroso ma non abbastanza da potersi permettere il Chiantishire toscano!) che acquistò anni prima da un conte italiano. Il conte – sempre a detta del Bob Hoskins – in combutta con un notaio locale, pare gli abbia venduto il popò di casale facendogli pagare il 50% in cash a nero.
Non stento a credere che la storia sia vera ma avrei potuto rispondergli che se ci teneva tanto alle regole lui, ligio suddito di sua maestà dell’Impero Britannico, poteva pure rifiutarsi. Invece ha consegnato la sua bella valigetta di contanti senza fare troppe storie e risparmiandosi una bella sommetta di tasse (italiane).

L’appartamento è carino, luminoso e spazioso. Una bella camera da letto matrimoniale con doppia esposizione, un soggiorno con angolo cottura molto grande (incluso un TV 50” su cui ci siamo gustati Inghilterra-Italia la sera del nostro arrivo – troppo cotti anche per scendere al pub sotto casa!), un bagno comomdo con vasca e doccia e una specie di anticamera all’ingresso con un letto singolo.

La fermata della Circle dista come detto ca 10 minuti a piedi. Altrimenti ci sono un paio di linee di bus a meno di 5 minuti. Saranno questi i mezzi che finiremo con l’utilizzare per tutta la settimana. Anche perché non assomigliano a quelli dell’ATM: qui quando dicono che passano, passano. E passano spesso!

A proposito di trasporti, ringrazio mio cugino Francesco, che abbiamo casualmente incontrato durante il nostro soggiorno londinese, per il preziosissimo consiglio sull’app per smartphone Citymapper. Veramente eccezionale per precisione e comodità (ovviamente serve un qualche collegamento alla rete) ci ha permesso di arrivare ovunque senza mai sbagliare un mezzo.

NHM

La sala d’ingresso del NHM

Non sto qui a fare una cronaca dei luoghi più o meno turistici che abbiamo visitato perché sarebbe inutile. Non abbiamo fatto e visto nulla che un qualsiasi turista a Londra non vederebbe.
Segnalo giusto il Natural History Museum (museo di storia naturale) che magari chi si limita a un weekend non penserebbe di andare a vedere. Io l’ho trovato interessante e già solo l’ingresso principale vale la visita. Come tutti i musei nazionali è gratis.
Abbiamo trascorso anche una mezza giornata a Oxford. Se si ha tempo vale la pena (ci vuole circa un’ora e mezza di autobus).

Riporto invece qualche impressione generale che mi ha lasciato la megalopoli.

Mai fermi

Una delle cose che si notano subito della capitale britannica è lo sviluppo edilizio a velocità da cinesi. In qualsiasi punto della metropoli ci si trovi basta alzare lo sguardo al cielo per vedere una gru in azione.
Anche le famose case vittoriane che si vedono in tutti i film inglesi sono in costante ristrutturazione.
E dato che la frenesia edilizia fa lievitare i prezzi, la gente “normale” è costretta a spostarsi in zone sempre più periferiche creando così un doppio fenomeno:

  1. I cantieri – e Londra stessa – si allargano a macchia d’olio estendendo di fatto il territorio londinese.
  2. Le zone che fino a poco tempo prima erano considerate malfamate vengono riqualificate dalla borghesia “sfrattata” dal centro (Brixton, per es, era il quartiere giamaicano dove fino a pochi anni fa un bianco non avrebbe messo piede. Oggi è uno dei quartieri più cool di Londra).
docklands

Le residenze delle Docklands

Ovviamente dal punto di vista del turista fanno particolarmente impressione le zone di espansione ricche della città: ad esempio le docklands, comprendente la Isle of Dogs, il Canary Wharf e il nuovo financial district, che va ad aggiungersi alla “vecchia” City ormai insufficiente ad ospitare le mega strutture dei colossi della finanza ed economia mondiale, è una vastissima area a est Londra che si estende principalmente sulla riva nord del Tamigi. Una volta faceva parte del più grande porto fluviale del mondo, abbandonato nel dopoguerra. Il recupero è iniziato negli anni ’80 e prosegue tuttora con la trasformazione dei vecchi magazzini portuali in lussuose abitazioni (qualcosa di simile, molto più in piccolo, si vede al porto di Genova)
Interessante il giro che si fa con la Docklands Light Railway (DLR) che, partendo dalla zona del London Bridge e andando verso est, passa al di sopra delle abitazioni di lusso, si inoltra in una foresta di grattacieli (alcuni ancora in costruzione), attraversa il Tamigi per poi terminare nella graziosa Greenwich. Il trenino è di quelli senza conducente per cui se si è fortunati si possono occupare i posti in testa al convoglio avendo così una visuale particolarmente affascinante.
Un altro modo di godersi il Canary Wharf , ricco di locali di tutti i tipi, è dall’acqua, con una mini crociera.

house

Tipiche abitazioni inglesi

Che i prezzi delle abitazioni a Londra siano proibitive a meno di non essere il figlio di un emiro è cosa risaputa. È stato comunque sorprendente toccare con mano questa disparità di valori rispetto ai nostri standard quando siamo stati a casa di amici a Oxford (quindi non stiamo parlando nemmeno di Londra – cosa ancor più impressionante).
La coppia aveva acquistato da poco più di due anni un appartamento in una di quelle casette tutte uguali tipiche delle città inglesi. L’abitazione era composta da una stanzina appena entrati di non più di 8-9mq, un soggiorno con cucinino anch’esso microscopico (diciamo 12mq) e una striscia di giardino sul retro della casa a piano terra.
Una scala in legno malferma (tanto che ci è stato chiesto di salire uno alla volta!) porta al secondo piano dove si trova la camera matrimoniale (spazio per un letto e un armadio piccolo) e un bagnetto con doccia.
Il tutto in condizioni e rifiniture che da noi sarebbero da case popolari (non esagero).
Ebbene questo appartamento – non sono un agente immobiliare ma da noi non credo che varrebbe più di 90-100 mila euro in una piccola città universitaria come lo è Oxford– lo hanno pagato £250.000. E ci hanno detto che era un affare perché, essendo malmesso, il prezzo era basso.

Una città per palati fini

Uno degli stereotipi più diffusi di Londra e dell’Inghilterra tutta è che si mangia male. Non so quante storie ho sentito di amici che hanno passato l’intero soggiorno a Londra cibandosi solo da MacDonald’s.
Beh, durante la settimana trascorsa abbiamo ampiamente sfatato questo mito.
Iniziamo col dire che lo stereotipo si riferisce alla “cucina inglese”. Data l’altissima presenza di immigrati da diverse generazioni provenienti dalle ex colonie, la Gran Bretagna – e Londra in particolare – è una manna per chi ama i sapori esotici: Indiani (tra i migliori ristoranti al mondo), pachistani, caraibici, africani, cinesi (esiste un’enorme Chinatown anche qui). Chi più ne ha più ne metta.
La cosa che ho notato è che la pessima nomea della cucina inglese da evidentemente fastidio ai sudditi di sua maestà. Da qualche anno infatti si stanno moltiplicando ristoranti e gastropubs che propongono i piatti tipici della cucina britannica puntando sulla qualità degli ingredienti e su variazioni gourmet (sì, sì. Bio – che chiamano organic – e km0 sono di gran moda anche lì!) e in tutte le pubblicazioni rivolte ai turisti non mancano articoli e pubblicità che invitano a provare le delizie della cucina inglese.

Così, puntando una volta su un indiano, una su un libanese, un’altra su un ristorante di Taiwan (piacevole alternativa ai nostri cinesi tutti uguali e spesso di pessima qualità) e su un paio di gastropubs o ristoranti indigeni ce la siamo cavata egregiamente con ottima soddisfazione dei nostri palati.

La Steak and Ale pie del Magdalen Arms ( Photo: Sophia Evans for the Observer)

La Steak and Ale pie del Magdalen Arms ( Photo: Sophia Evans for the Observer)

In particolare ricordo e consiglio due posti: il Magdalen Arms a Oxford. Un gastropub piuttosto spazioso che richiede la prenotazione perché sempre pieno. Il piatto forte del locale la Steak and Ale Pie. Sostanzialmente una specie di brasato di manzo cotto nella birra inglese (la ale appunto) racchiuso in una camicia di dorata e croccante pasta sfoglia. Ancora oggi, mentre scrivo a 2 mesi di distanza, mi viene l’acquolina in bocca!
Ad accompagnare le pietanze in un gastropub che sia degno di tale nome non può mancare ovviamente la suddetta Ale. Meglio ancora se spillata a pompa. Quella sera mi gustai un’ottima Caledonian XPA.

Per inciso, le pies sono uno dei piatti tipici della cucina britannica che forse in italia sono meno conosciute dei fish ‘n chips o dei puddings. Sono il corrispettivo delle nostre torte salate ma principalmente ripiene di carne di vario genere. Se ben fatte – come nel caso del Magdalen Arms – sono deliziose!

L’altro posto che ricordo con piacere è un ristorantino isolato a South Kensington dove abbiamo mangiato l’ultima sera e dove siamo capitati per caso sbagliando strada: il Ffiona’s (sì, con 2 “F”).
Gestito da una vigorosa signora – che immaginiamo fosse Fiona o Ffiona – anche qui servono piatti della tradizione inglese con un occhio agli ingredienti e con qualche variazione italo-francese.

I 2 locali li ricordo anche per due episodi curiosi capitatici.

Magdalen Arms
Mentre io punto deciso alla Steak and Ale pie da condividere col mio ospite, mia sorella ordina un altro piatto sul menu. La cameriera prende le ordinazioni e ci dice che ci sarà da attendere perché ogni piatto viene preparato al momento.
Dopo circa 15 minuti torna con un’espressione tra il disperato e il costernato annunciando che si è sbagliata e che il piatto ordinato da Milena non c’è. Al suo posto, se lei fosse stata d’accordo, potevano portargliene un altro “ma facendolo pagare lo stesso prezzo”, ci tiene a sottolineare. Milena accetta e la cameriera se ne va praticamente strisciando e scusandosi una trentina di volte. Scuse che ripeterà per tutto il resto della serata ogni volta che si avvicinerà al nostro tavolo.
Noi italiani restiamo perplessi – non ci sembrava il caso di sprofondarsi in tutte quelle scuse ma i nostri ospiti ci confermano che la “cosa è grave”.
A fine cena arriva il conto e il nostro ospite prende in mano lo scontrino e inizia a scorrere le voci con occhio censoreo. Lo vedo che si blocca con aria furiosa: ci hanno fatto pagare le birre nonostante l’imperdonabile errore compiuto!! Ma come si permettono! Poi il volto si distende. Ah, ok. Non hanno messo il piatto principale di Milena (tenete conto che si tratta di piatti unici che costano dalle 18 alle £22)
Ovviamente, nonostante il “risarcimento”, anche la mancia alla povera cameriera è stata tagliata in misura proporzionale alla gravità dell’errore .
Il mio pensiero corre a certi ristoratori e relativo personale nostrani e a come ci hanno abituato ad essere (mal)trattati.

Ffiona’s
Avendo sbagliato strada ci troviamo in una zona residenziale senza alcun esercizio pubblico. Notiamo questo ristorantino isolato tra un portone e l’altro di abitazioni. Mentre studiamo il menu esposto, un signore sulla sessantina seduto a una tavolata ci fa segno da dietro la vetrata di entrare che è ottimo. Dopo uno scambio di occhiate tra noi, entriamo poco convinti. Il signore ci saluta assicurandoci che non ce ne pentiremo.
Rapido scambio di battute sul fatto che lo riterremo personalmente responsabile in caso di mancata soddisfazione e ci sediamo a un tavolo. Dopo pochi minuti una cameriera ci chiede che vino vogliamo. Esitiamo un attimo perché non avevamo ancora deciso se prendere vino (io non lo bevo e le 2 signore non se la sentivano di affrontare una bottiglia in 2). Ma la cameriera insiste. “Scegliete ciò che volete. Ve la offre Robbie” indicando il signore alla tavolata.
Insomma, abbiamo fatto un ottima cena con una bottiglia di vino offerta da un vicino di tavolo!

Gli introvabili

Così si chiamano, sui siti di vendita online, quegli oggetti di dubbio gusto e utilità che a nessuno verrebbe mai in mente di cercare!
Se ci si perde per i mercatini di Londra (nel nostro caso Portobello Rd e Camden Town) si trova anche qui una moltitudine di paccottiglia e memorabilia varia ma, a differenza dei nostri mercatini delle pulci, si trovano anche moltissimi prodotti originali e artigianali. Nel senso autentico del termine: prodotti fatti a mano da una persona, un artigiano, un artista.
Inoltre, alla sezione alimentare del mercato di Portobello Rd si trova anche una varietà incredibile di frutta e verdura esotica di ottima qualità e… maturazione (non la frutta insapore o completamente acerba che si trova sui nostri banchi del nord italia!)
Ovviamente abbondano pane, formaggi, salumi ma, da quel punto di vista, noi non abbiamo nulla da invidiare.

london_goth_clothing_stores

Goth? New Romantic?

E questa enorme varietà di prodotti la si riscontra anche nei negozi e persino nei prodotti industriali (modelli di Doctor Marten’s mai visti, per esempio).
A Camden, ad esempio, Mara ha fatto acquisti in un negozio di scarpe con modelli originali a prezzi abbordabilissimi (sto ancora pensando a quella scarpa Derby con inserti in [finta] pelle di zebra che ho lasciato giù…)
Sempre a Camden ci sono negozietti di abbigliamento per tutti i gusti: vintage di tutte le epoche, rockabilly, meravigliosi goth (o dark nella versione italiana), punk e cyberpunk (non perdetevi una visita al Cyberdog. Lisergico!)

Ovviamente è superfluo dire che la mecca dei prodotti introvabili di lusso è il famigerato famoso Harrod’s.
Ammetto che, entrato di malavoglia e prevenuto, ne sono uscito affascinato.
La sezione gastronomica è straordinario. A meno che non consideriate ordinario trovare delle comunissime ciliege (belle, per carità!) a £65 al kg.

ciliegie

Ciliegie a peso d’oro

Ma il reparto dove ho passato più tempo è indubbiamente quello dei giocattoli! Ho visto kit della LEGO di cui non conoscevo l’esistenza e, per un attimo, spinto addirittura da Mara, stavo per fare la follia di lasciarci £250 per un Tower Bridge in mattoncini. Fortunatamente ho desistito (anche perché altrove lo stesso kit si trovava a quasi £100 di meno. Hai capito Harrod’s!)
Notevole anche il cavalluccio a dondolo artigianale che veniva via per £16.000

The End

Quando viaggio, quando visito un posto nuovo, vedo e conosco luoghi, costumi e persone nuove io sono sempre contento. E così è stato per la settimana trascorsa a Londra.
A questo proposito, ringrazio mia sorella Milena che, con la scusa del regalo di Natale, ci ha spinti a fare questo viaggetto più volte rimandato.

Solitamente quando visito una città faccio sempre il giochino “ci verrei a vivere?” La risposta fu un entusiastico SI’ per San Francisco, un convinto SI’ per Parigi, un SI’ con riserve per Roma, tanto per fare qualche esempio.
Per Londra devo però dire che è NO. È una città enorme, poliedrica, molto interessante e che offre milioni di opportunità, milioni di diversivi e di stimoli. Mi è sembrato però un posto senza un’anima. O forse ne ha talmente tante che non sono riuscito a individuarne una che mi ammaliasse tanto da invogliarmi a restare.
Di certo una settimana non può bastare a capire una megalopoli multiculturale e in veloce trasformazione e forse io mi sono fatto catturare solo dal suo ritmo infernale. A sprazzi, nei quartieri residenziali, in qualche pub, si percepiva anche una vita più a misura d’uomo.
Chissà, forse dovrei tornare.
Adesso però mi è rimasta la voglia di visitare il resto della Gran Bretagna… e poi c’è il resto del mondo! 😉

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