Unfinished Melody – Agrate Brianza

Quando nel 1981, dopo 8 anni, rimise piede in Italia, non aveva ancora l’età per soffrirne.
Lui e sua sorella, che dialogavano abitualmente in giapponese, ci misero pochi mesi a dimenticare ogni singola parola e a prendere la cadenza brianzola.
La scuola, gli amichetti, la casa di Ashiya. Persino Ciccio, il gatto rosso che furono costretti a lasciare alla vecchina che abitava al di là del boschetto di bambù, fu presto riposto nei meandri più reconditi della memoria.

schiera

“Sembra Topolinia” mi disse un giorno un’amica

La casa che i suoi avevano acquistato con un mutuo a tasso fisso da strozzinaggio, come andava di moda negli anni ’80, era la porzione finale di una schiera di villette in costruzione in una zona semi desertica a 2km dal centro di un paesino grigio ed insignificante: Agrate Brianza. Dove il Brianza era stato messo non tanto per distinguerlo da altre Agrate nel Bel Paese quanto per ricordare che, nonostante le apparenze, quella era effettivamente Brianza.
Fu suo padre a decidere, nonostante il fermo parere negativo di sua madre che avrebbe desiderato un luogo meno desolato.
Ma certe radici sono dure a morire e, per quanto suo nonno avesse fatto di tutto per estirparle, scappando dalla campagna e svendedo le terre e il casale del ‘600 di Caltabellotta, quelle contadine resistettero tenacemente nel sangue del padre.
Che scelse quindi la costruzione che avesse più terreno possibile nell’illusione di ricrearsi una sua personale hacienda urbana, sorvolando sugli evidenti difetti dell’abitazione.
Così, si ritrovarono a vivere in una casa lontano da qualsiasi posto, disposta su 4 piani, con una parete di ca 60mq completamente esposta a nord (ancora adesso ricordava i muri perennemente gelati d’inverno) ma con un bellissimo giardino immenso con annesso orto su cui spaccarsi la schiena tutti i fine settimana.

All’inizio non fu neanche male. Le schiere di villette erano tre, con sei abitazioni per ogni schiera. Un piccolo villaggio con una specie di prato spelacchiato comune.
I ragazzini giocavano, gli adulti familiarizzavano, i giardini crescevano rigogliosi.
Poi il tempo, piano piano, logorò tutto. Muri, amicizie, cortesie e giardini. Lasciando solo delle vecchie villette anni ’80 dai colori sbiaditi abitate da persone che mal si tolleravano – come in un qualsiasi condominio di periferia.

Al suo arrivo venne iscritto alla quinta elementare. Il cambiamento fu uno choc.
Da una scuola americana con campus alle grige mura di un edificio a due piani con un minuscolo cortile interno.
Inoltre sua madre gli aveva messo addosso un’orrenda casacca nera con un colletto bianco di cui si vergognava come un ladro. Fu al tempo stesso sollevato e rattristato nel vedere che anche il resto della classe era agghindato con quel ridicolo capo.
Dato che lui era nuovo la maestra – una vecchietta che gli ricordava sua nonna un po’ più grassottella – lo mise accanto al più bravo della classe, Luca. Anzi IL Luca, come lo chiamava lei.
Un tipo strano, taciturno, con un curioso tic che gli faceva stropicciare il naso con la mano chiusa a pugno ogni 3 minuti.
Gli piacque subito e fu felice di averlo come amico.
Il Luca prese molto sul serio il suo compito di tutore e, giorno per giorno, gli spiegò il funzionamento di una quinta elementare in un paesino di provincia.
Gli spiegò che si usava la penna e non la matita, gli mostrò a cosa servisse il diario e cosa fossero le interrogazioni. Infine gli spiegò che bisognava tifare una squadra di calcio.
Il Luca tifava Juve. Lui invece, un’estate di qualche anno prima, vide una bandiera rossonera appesa in casa dei nonni materni. “È il Milan. Era dello zio”. Decise di diventare milanista senza sapere esattamente cosa volesse dire.
Il Luca fu comprensivo. Un giorno lo portò persino a vedere la sua prima partita di calcio: Monza – Milan.

Grazie agli insegnamenti del Luca, superò presto dubbi e timori (era la prima volta in una scuola italiana e non aveva più l’alibi dell’essere straniero come alla Canadian Academy a Kobe). E non certo perché fosse chissà che genio o studente modello (non lo era e non lo sarebbe mai stato) ma quando, con sincera sorpresa, scoprì che alcuni suoi compagni di classe non erano in grado di leggere l’italiano pensò che se ce la facevano loro poteva farcela anche lui.
La sorpresa peraltro si tramutò in commiserazione quando anche l’anno dopo – prima media – trovò altri compagni di classe analfabeti.
Se ce la fanno loro…

Quando i genitori, con una certa apprensione, gli comunicarono che si sarebbero trasferiti ancora non fu affatto triste. Non era riuscito a trovare nulla per cui valesse la pena restare. Non la villetta a schiera, non i vicini né gli amici a scuola.

Che quei due anni lo avessero solo sfiorato senza lasciare tracce ne ebbe prova anni dopo, durante la visita dei tre giorni per il militare.
Lui e altri tre o quattro ragazzini si ritrovarono trasferiti dal distretto all’ospedale militare. Dopo due giorni di viaggi, parole e attese insieme si presentò. Uno di loro, un po’ stupito, gli chiese “Sappiamo chi sei. Ma perché, non ti ricordi?”
Ricambiò lo stupore con uno sguardo preoccupato e perso.
“Eravamo in classe assieme in prima media. Poi tu te ne sei andato all’estero”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...