Unfinished Melody – Milano

i_survived_catholic_schoolDue anni. Due anni tra quelle mura tetre, in mezzo a fighetti figli di papà, insegnanti malpagati di dubbia capacità e uno psicolabile represso con tendenze al sadismo travestito da prete che fungeva da insegnante di Inglese e religione.
Decise che potevano bastare. Se ne sarebbe andato. Lo avrebbe detto ai suoi quella sera stessa. Inutile continuare a buttare tutti quei soldi e un pezzo della sua vita, regalandoli ai finti preti.

Che il Liceo Scientifico dell’Istituto cattolico dei Lasalliani non era posto per lui lo aveva capito già il primo giorno.
La gioia e la spensieratezza lo avevano peraltro abbandonato mesi prima ad Allerød, quando suo padre annunciò che a fine anno scolastico sarebbero tornati in Italia.

Così, per la terza volta nei suoi 14 anni di vita, lasciò la sua casa i suoi amici, la sua scuola. E, per la prima volta nei suoi 14 anni di vita, lasciò quella che allora era convinto sarebbe stato l’unico amore che avrebbe mai avuto.
Si portò via un paio di dischi di Battiato, un cuore che più che spezzato pareva sanguinante e un’insonnia da depressione che lo avrebbe accompagnato per il resto dei suoi giorni.

Che poi in realtà non ci mise molto ad ambientarsi. Non era mai stato particolarmente espansivo ma ai cambiamenti ci era abituato. Ci mise poco a selezionare i compagni più tranquilli, quelli con cui non sarebbe stato faticoso avere rapporti umani. Perché quello cercava: rapporti facili, pigri.
Con la stessa velocità individuò quelli più complicati, con cui poteva avere dei contrasti, che potevano porgli dei dubbi. E se ne tenne ben alla larga.
Nemmeno questa operazione fu particolarmente difficile. Si trovava in una posizione privilegiata per poter scartare degli esseri umani che giudicava in qualche modo evitabili: veniva dall’estero, non aveva una famiglia ricca, viveva fuori città. Un cugino di campagna povero ma esotico in un liceo privato in centro Milano.
Insomma, era una sorta di disadattato multi-livello. Ancora una volta, come ai tempi del Giappone, era un gaijin, uno straniero.

Sviluppò così la sua arma di difesa: uno snobismo bottom-up. Decise – ingenuamente – che sarebbe stato lui ad escludere gli altri e non viceversa. Un carcerato che si convince che siano gli altri ad essersi chiusi fuori.

La parte dell’auto-emarginato, ombroso e cupo la recitò piuttosto bene guadagnandosi un rispetto del tutto ingiustificato da parte di tutti. Persino i compagni che più detestava – ricambiato – mostravano un certo timore reverenziale, pur non rinunciando mai allo scontro ad ogni occasione buona.
Il più pericoloso era Valentino. Un ragazzino un po’ bullo, vivace ed estroverso – praticamente il suo opposto e per questo insopportabile – con il classico seguito di scudieri.

All’inizio si ignorarono ma quando Valentino si sentì soffiare da sotto il naso Paola (la ragazza più bella della classe, in lizza per il primato dell’Istituto con la mora della sezione A) che si era lavorato dall’inizio dell’anno scolastico, non ci vide più e gli dichiarò guerra.

In realtà con Paola non ci fu mai niente. Tante parole, qualche uscita pomeridiana mano nella mano per le vie di Milano, un cinema protrattosi fino a tardi che gli costò un occhio nero da parte di sua madre e un laboratorio teatrale condiviso per poche settimane, finché Paola si vide preferita un’altra nel ruolo di protagonista e mollò.
L’amore l’aveva lasciato in Danimarca  (Amy, una brunetta americana con un padre enorme, dolce e simpatico e una madre secca – di fisico e di cuore – che non volava Alitalia perché “gli italiani gesticolano quando parlano” e aveva paura che i piloti mollassero i comandi) e non c’era spazio nel suo acerbo cuore per altro. E a dirla tutta nemmeno in quello di Paola che perse interesse in lui piuttosto presto.
Ma vedere l’odiato Valentino rodersi per la preda sfumata gli regalava una pomposa soddisfazione sadica. Non fece quindi nulla per smentire le voci sulla sua relazione con Paola trascinando il dubbio – di Valentino, dei suoi ammirati compagni ma soprattutto suo e di Paola – ancora per qualche mese.

Poi l’amore svanì così com’era mai nato, l’anno finì e lui salutò.
Salutò l’amico Nicola, l’insegnate di Italiano (l’unico con un po’ di umanità in quella galera dorata), qualche altro compagno e l’Istituto.
Evitò Valentino e la sua corte, lo psicolabile travestito da prete e Paola. O forse fu lei a evitare lui.

Quello fu il suo ultimo gesto eroico da snob proletario:
nessuno lasciava l’Istituto se non a seguito di una bocciatura che costringesse il rampollo a una repentina fuga verso un prestigioso istituto dove potevi fare tre o quattro anni in uno e, considerato che per essere bocciato a. dovevi non aprire un libro per tutto l’anno e b. tuo padre doveva rifiutarsi di pagare il rifacimento delle vetrate della cappella, i casi non erano poi molti.
Era certo di aver lasciato il segno.
Il fatto che nessuno dei suoi compagni o insegnanti chiese mai di lui non scalfì questa certezza nel corso degli anni.

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