Bologna – Ulan Bator, a/r

All’altezza di Piacenza il paesaggio cambiò all’improvviso. I campi, estesi tutt’attorno all’autostrada, si striarono di bianco e terra. Il cielo grigio accentuava la sensazione di gelo. Gelo che non ci mise molto a penetrarmi pesantemente nella pelle, interrompendo una strana sensazione positiva che allora non avevo ancora concretizzato.
Cercai un appiglio, una via d’uscita.
“Sembra di essere in Polonia” dissi.
Alberto sorrise e ripetè “Varsavia”, o qualcosa del genere.

Sembrò funzionare. In pochi secondi mi esplose dentro una bomba composta da ricordi e sensazioni. Non ricordo da quanto tempo non mi sentissi così bene. Era come se – a distanza di ore – mi fossi finalmente reso conto di ciò che era successo.

Mi vennero in mente le parole di Alberto (ma quando le aveva pronunciate? La notte prima, in preda agli effetti del fumo di Bul? O dopo che ci eravamo svegliati?): era triste, diceva, lasciare tutto. Lasciarci.

Amaury, che anche quando litiga sembra sempre la persona più dolce del mondo.
Olivier, silenzioso con le sue sigarette – non riuscirò mai a capire come faccia!
Matteo. Una volta vidi un documentario. Diceva che gli scarafaggi vivono in una dimensione in cui tutto è 1000 volte più veloce del mondo umano. Ecco, credo che Matteo viva alla velocità degli scarafaggi.
Bul che, con le sue manie, sembra un personaggio uscito da un film di Beineix.
E poi c’era Paola. Abitava a pochi passi da Mike Patton, 4 osterie e un ristorante vegetariano. Una che la frase “no, non lo conosco” non l’avrà mai pronunciata. Il nostro “angelo”. Che stava lì, grazie all’invadente romanticismo di Rose, a riaprire ferite mai rimarginate nel mio equilibrio assurdamente costruito…
Sì, aveva ragione Alberto. Me ne accorgevo solo allora ma abbandonare tutte quelle persone segnava la fine di una breve pausa di felicità.
Era stato un viaggio almeno 100 volte più lungo dei 200 Km che ci separavano da Bologna. Un viaggio verso una meta misteriosa, una città antica: Ulan Bator forse.

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