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Archivio per la categoria ‘Storie’

Milano, città del mondo

martedì, 15 febbraio, 2011 Lascia un commento

AC Milan FansSabato, aprofittando dell’orario inconsueto, sono andato da solo allo stadio.
Erano almeno dieci anni – forse più – che non andavo a vedere una partita di campionato e di giorno.
Partivo da Broni per cui non sapevo bene né come né in che punto sarei arrivato.
Giunto a 2km dallo stadio (così diceva il navigatore) mi sono fermato in un grande parcheggio a pagamento dove vedevo infilarsi altre auto con i vessilli rossoneri esposti.
Come scelta logistica si è rivelata ottima (la giornata era splendida e la passeggiata è stata piacevole), dato che oltre quel punto la strada si andava restringendo e non c’erano altri parcheggi – almeno non legali.
Peccato solo essere stato turlupinato dal parcheggiatore che, nonostante il cartello dicesse 1.20€ all’ora o 5.40€ per tutta la giornata, ti offriva solo il biglietto da 5.40€.
Ho lasciato l’auto alle 17.15 e l’ho ripresa alle 20.10 smenandoci 1.80€.
Stupido io a non essere stato pronto a chiedergli i gratta e sosta giusti ma mi domando se li avrebbero avuti, quelli da 1.20€.
Comunque, mentre mi incamminavo verso lo stadio, dietro di me sento avvicinarsi un gruppetto di ragazzi rumorosi che parlavano una lingua che, lì per lì, mi era sembrata arabo (non in senso figurato!).
Io ho questa mania di cercare sempre di individuare la provenienza delle lingue straniere che sento. Così aguzzo l’udito e mi metto a origliare i loro discorsi per cercare di capire se fossero effettivamente arabi (ce li avevo ancora alle spalle per cui non vedevo il loro aspetto).
Mi accorgo però che non suona proprio arabo. E’ una lingua strana che non riesco a individuare, non riconosco una sola parola. Man mano che vanno avanti a parlare mi viene il dubbio che non sia nemmeno una lingua Mediterranea come avevo inizialmente supposto.
A un certo punto però riesco a distinguere la parte finale di una frase. Riconosco chiaramente le seguenti parole:

ALL’ANIMA DI CHI T’E’ MUERTA!

Ecco. I misteriosi stranieri erano 4 ragazzi pugliesi!

Mentre ridacchio tra me e me, mi lascio superare da loro proprio mentre imbocchiamo il piazzale antistante lo stadio.
E’ allora che, tutti e 4 insieme intonano un coro a squarciagola:

MILANO SIAMO NOI, MILANO SIAMO NOI, SOLO NOIIII!!

A taste of darkness

domenica, 19 dicembre, 2010 Lascia un commento

Ieri sera, per il compleanno di Mara, abbiamo fatto la cena al buio.
La cena è una delle 3 iniziative organizzate dall’Istituto dei ciechi presso la loro splendida sede di Milano assieme all’aperitivo e al percorso guidato.
Veniamo accolti alla reception che – forse per contrasto a ciò che stiamo per affrontare – è colorata e illuminatissima.
Ci viene chiesto di lasciare negli armadietti, oltre a borse e giacche, anche cellulari, orologi, occhiali da vista.
Dopo una mezz’ora ci chiamano e, assieme a un’altra coppia, veniamo introdotti oltre una tenda nera.
“Appoggiate la mano destra sulla spalla di chi vi precede e la sinistra sulla parete”
Veniamo ingoiati dal nero più assoluto e goffamente percorriamo pochi metri di un corridoio per entrare quindi in una stanza che, a giudicare dal riverbero delle voci, dev’essere piuttosto ampia.
Siamo persi (Mara, più tardi, dirà di aver avvertito un senso di nausea per il disorientamento) senza più alcun punto di riferimento. È proprio il caso di dire che brancoliamo nel buio!
Il nostro Virgilio per la serata sarà Ilaria che ci guida con perizia fino alle nostre sedie.
Si sentono un sacco di voci ma non siamo in grado di capire quanti tavoli, quanti altri commensali ci siano.
Familiarizziamo coi nostri compagni di tavolo. Come si può intuire, mancando la comunicazione visiva, quella orale viene amplificata.
Così le nostre conversazioni vengono interrotte solo da Ilaria che ci serve le portate.
Ci divertiamo a cercare di indovinare cosa ci abbiano servito ma, sopratutto, a cercare di mangiare le pietanze come delle persone civili, cioè senza infilare le mani nel piatto! Usare le posate (in particolare forchetta e coltello insieme) non è per nulla semplice nella totale oscurità.
Dopo un po’ ci rendiamo conto tutti e 4 di aver assunto una posizione “ingobbita”, probabilmente una forma inconscia di difesa, e che, nonostante sia evidente che non ci sia la minima traccia di luce, stiamo tutti ancora tentando di vedere… cosa non si sa!
La cena trascorre piacevole accompagnata da un pianoforte che fa da sottofondo musicale alle nostre conversazioni. A poco a poco ci stiamo abituando a questo strano ambiente.
In tutto trascorriamo quasi 3 ore nel nostro involucro nero. Sembra tanto ma la sensazione di disorientamento non svanisce mai del tutto e quando usciamo, dopo un primo momento di sofferenza per la luce, non possiamo fare a meno di tirare un sospiro di sollievo.

Una bella esperienza tutto sommato anche se un neo c’è: la scarsa qualità del cibo. Diciamo che va presa come un’esperienza totale di cui il cibo è solo una (minima?) parte. Resto comunque dell’idea che, trattandosi di una situazione in cui andavano “sperimentati” i 4 sensi che non fossero la vista, una maggiore attenzione al gusto non avrebbe guastato.
Ultima notazione. La cena al buio si fa – ovviamente – tutta da seduti. Credo che sarebbe altrettanto interessante provare il percorso guidato Dialogo nel Buio dove ci si muove nell’oscurità.

Bologna – Ulan Bator, a/r

lunedì, 11 gennaio, 2010 Lascia un commento

All’altezza di Piacenza il paesaggio cambiò all’improvviso. I campi, estesi tutt’attorno all’autostrada, si striarono di bianco e terra. Il cielo grigio accentuava la sensazione di gelo. Gelo che non ci mise molto a penetrarmi pesantemente nella pelle, interrompendo una strana sensazione positiva che allora non avevo ancora concretizzato.
Cercai un appiglio, una via d’uscita.
“Sembra di essere in Polonia” dissi.
Alberto sorrise e ripetè “Varsavia”, o qualcosa del genere.

Sembrò funzionare. In pochi secondi mi esplose dentro una bomba composta da ricordi e sensazioni. Non ricordo da quanto tempo non mi sentissi così bene. Era come se – a distanza di ore – mi fossi finalmente reso conto di ciò che era successo.

Mi vennero in mente le parole di Alberto (ma quando le aveva pronunciate? La notte prima, in preda agli effetti del fumo di Bul? O dopo che ci eravamo svegliati?): era triste, diceva, lasciare tutto. Lasciarci.

Amaury, che anche quando litiga sembra sempre la persona più dolce del mondo.
Olivier, silenzioso con le sue sigarette – non riuscirò mai a capire come faccia!
Matteo. Una volta vidi un documentario. Diceva che gli scarafaggi vivono in una dimensione in cui tutto è 1000 volte più veloce del mondo umano. Ecco, credo che Matteo viva alla velocità degli scarafaggi.
Bul che, con le sue manie, sembra un personaggio uscito da un film di Beineix.
E poi c’era Paola. Abitava a pochi passi da Mike Patton, 4 osterie e un ristorante vegetariano. Una che la frase “no, non lo conosco” non l’avrà mai pronunciata. Il nostro “angelo”. Che stava lì, grazie all’invadente romanticismo di Rose, a riaprire ferite mai rimarginate nel mio equilibrio assurdamente costruito…
Sì, aveva ragione Alberto. Me ne accorgevo solo allora ma abbandonare tutte quelle persone segnava la fine di una breve pausa di felicità.
Era stato un viaggio almeno 100 volte più lungo dei 200 Km che ci separavano da Bologna. Un viaggio verso una meta misteriosa, una città antica: Ulan Bator forse.

Tearing down the walls

lunedì, 4 gennaio, 2010 Lascia un commento

I primi anni 80 erano anni di ideologie. Di ideologie e muri. C’erano i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. Non c’era posto per alleanze, amicizie e cooperazione.
Erano anni in cui, per un’ideologia, si piazzavano bombe in Irlanda, si praticava l’apartheid in Sud Africa e c’era la Guerra Fredda tra USA e Unione Sovietica.
Anche nella musica esistevano i muri. Tutto veniva catalogato per generi: rock, pop, rap ecc. E ogni genere era quello e basta. Se ti piaceva il rock non poteva piacerti il rap. Dovevi odiarlo il rap. E viceversa.
Solo che a un certo punto a qualcuno i confini delimitati dai muri cominiciarono a stare stretti. Rap, rock, pop. Troppo poco.
E iniziò ad aprire una breccia nel muro.

Tre anni dopo crollò un muro ben più solido di quello che divideva gli Aerosmith dai RUN-DMC.

Morte di un Testone americano

mercoledì, 23 dicembre, 2009 Lascia un commento

Kim era un gran testone.
Sapeva un sacco di cose, Kim, ma non ne sapeva fare altrettante.
Camminava e parlava in modo strano.
A 7 anni fu cacciato da scuola perché con gli altri bambini non andava tanto d’accordo.
A Kim piaceva leggere. Leggeva tantissimo. Due pagine alla volta, un libro all’ora. E quel che leggeva Kim lo ricordava. Tutto.
Era un gran testone Kim ma no era mica stupido.
Quando fu raggiunto dalla fama ne fu lusingato. E iniziò a frequentare le persone. Quelle che si autodefiniscono normali.
Kim viaggiò per l’america, dov’era nato, con una statuetta in mano, spiegando a noi normali che sì, quelli come lui sono dei testoni, ma in fondo anche noi sappiamo essere dei gran testoni – senza nemmeno sapere un libro a memoria.
Era anche simpatico, Kim.
Di Raymond Babbitt disse che sì, gli assomigliava. Ma lui, Kim, non avrebbe mai truffato un casinò.

Ciao Testone

Uomini

mercoledì, 16 dicembre, 2009 4 commenti

Ci radunarono tutti. Saremo stati un centinaio. C’erano 4 o 5 file di tavolini apparecchiati ognuno con una matita e dei fogli.
Fu lì, in quello stanzone del distretto militare di Como, che vidi per la prima volta il resto dell’umanità. Fino ad allora, pur avendo girato mezzo mondo, non mi ero mai reso conto di quanti fossero diversi da me.
Molto più diversi dei ragazzini giapponesi che mi picchiavano perché ero diverso, dei bambini indiani che mendicavano per le strade di Bombay (allora si chiamava così), dei miei compagni di classe keniani, americani, russi o danesi.
Italiani. Tutti. Come me. Ma diversi.
Me ne accorsi quasi subito. Per come vestivano, per come parlavano, per come si muovevano.
Al momento di scrivere il proprio nome sul primo foglio un ulteriore conferma: 3 non capiscono dove devono scrivere, 1 non capisce cosa deve scrivere e 2 non sanno scrivere.

Procedemmo col test psico-attitudinale americano di ultima generazione e non fate i furbi che vi becchiamo.
Ti piacciono i fiori? Si, ma scrivo no che poi pensano che sono finocchio… così avrà pensato anche il 99% dei sedicenni omosessuali presenti quel giorno.
Senti cose che gli altri non sentono? Vorranno sapere se ho un udito eccezionale o se sono schizzato?
Dipingeresti un quadro floreale? Eppure mi pareva di avere già risposto…
Quando esci da una stanza sei convinto che gli altri parlino di te? Questa è insidiosa!
Hai spesso i piedi freddi?
Vorresti fare il fiorista? Uh??
E via di questo passo per 4 interminabili pagine.
Dopo un’ora ritirarono i fogli. Dopo un altro quarto d’ora fuori tutti tranne chi stava ancora finendo di scrivere il prorpio nome, chi aveva dato tutte le risposte buone per essere esentato e che quindi dovrà rifare tutto e chi, sudatissimo, non sapeva se fare outing confessando che il fiorista lo faceva già.

Io, non avendo mai avuto spirito ribelle ed essendo sempre stato un ingenuo, passai indenne il test rispondendo sinceramente a tutte le domande.
Infatti venni subito spedito prima dallo psicologo, che decise che io devo odiare i miei genitori perché da qualche parte avevo scritto che il servizio militare – dovendolo proprio fare – avrei voluto farlo a 1500km da casa, e poi dallo psichiatra.
Di fronte alla porta dello psichiatra un militare scrutò con sguardo torvo me e altri due ragazzini e disse: “La psichiatra è una donna. Vi farà una domanda: vuoi scopare con me? Se rispondete di sì scriverà che siete dei pericolosi maniaci sessuali e vi tradurranno in un carcere militare. Se rispondete no scriverà che siete froci”.

Né maniaco né frocio ma il risultato del colloquio con la psichiatra fu una bella settimana premio all’ospedale militare di Baggio per problemi psicologici.

Nel senso che i problemi psicologici te li fanno venire lì, a Baggio.
Il primo giorno mi fecero presentare alle 8 del mattino, mi tennero in attesa fino a mezzogiorno quando un ragazzotto in divisa mi comunicò di tornare l’indomani alle 8.
Secondo giorno, come sopra.

Al terzo giorno mi fecero un prelievo di sangue verso le 11 insieme ad un mio ex compagno di scuola ed ex compagno di psichiatra che svenne e che dovetti accompagnare a spalle fino ad un bar fuori dall’ospedale.
Al quarto giorno mi misurarono la pressione alle 11.30.
Al quinto giorno, avendo ormai espletato tutti gli esami atti ad accertare la mia presunta pazzia, venni convocato in un ufficio la cui parete di fondo era tapezzata da anziani militari in divisa coperta da un camice bianco. Nessuno parlò. Mi fecero accomodare su una sedia con un gesto, timbrarono a turno una decina di fogli e me ne consegnarono un paio.
Parlò il più giovane dei vecchi: “abile ed arruolato. Arrivederci”.

Il servizio militare non l’ho mai fatto.

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