O’ Spread
Lo spread, lo spread lo spread… ormai ogni giorno dobbiamo sorbirci la cronaca dell’ascesa dello stramaledetto spread tra i nostri BTP e i Bund tedeschi.
Mentana, nel suo TG (che resta comunque l’unico minimamente guardabile) da giorni si chiede perché, nonostante il salasso la manovra del Governo Monti, ‘sto spread non diminuisca (essì che il nano brianzolo non c’è più!)
Beh, oggi ho avuto un esempio di cosa sia in pratica lo spread (la cui traduzione sarebbe qualcosa come divario) e del perché non diminuisce ma anzi, continuerà a crescere.
Alla ricerca di idee per le vacanze estive ho cercato la pagina delle Ferrovie dello Stato (o Trenitalia o come diavolo si chiamano adesso) con le informazioni sul servizio moto al seguito. Servizio attivato nel 2004 o 2005 – non ricordo esattamente ma era l’anno in cui andammo in Sicilia in moto scoprendo solo dopo dell’esistenza del neonato servizio.
Ebbene, ecco la pagina.
E così mentre da una parte le FS spendono soldi per gli spot (vagamente razzisti) del Frecciarossa dall’altra si dismettono servizi sempre a favore dell’Alta velocità.
(Nell’articolo alcuni lavoratori accennano al vero e proprio auto-boicottaggio fatto dalle Ferrovie nei confronti delle prenotazioni online. Ecco il perché delle peripezie di cui raccontai qui e qui!)
Questo succede in Italia.
In Germania invece la DB, le ferrovie tedesche, non solo offre il servizio di auto e moto al seguito con partenze anche da 4 città italiane ma ha ben 4 sistemi di ricerca, compresa una utilissima per prezzo. Il tutto in 10 lingue.
Anche i francesi – che quanto a spread con la Germania non stanno messi poi tanto meglio di noi – hanno il servizio auto al seguito. Solo in francese ovviamente. Perché loro sono francesi!
Insomma, un paese come il nostro che basa una buona parte della propria economia sul turismo, ha un sistema di trasporti (perché qui ho parlato delle ferrovie ma vogliamo parlare di come è ridotta la nostra compagnia aerea di bandiera? E i traghetti? I trasporti locali?) che fa schifo.
Si va avanti con operazioni di facciata utili solo ad ottenere fondi pubblici o al limite a contrastare scorrettamente la concorrenza, mai finalizzate a migliorare realmente il servizio.
Non ci resta che sperare che la crisi economica europea prosegua. Almeno ci risparmieremo (per quanto?) l’inutile, dannosa e costosissima TAV.
L’altro Natale
Stanotte ho fatto un sogno.
Io e Mara eravamo in un B&B in Liguria. Uno di quei posti un po’ frikkettoni, gestiti da un anziano signore con barba bianca (non so se si chiamasse Klaus ma ci assomigliava!)
Eravamo a colazione, sotto uno splendido pergolato di viti, seduti a un grande tavolo comune insieme agli altri 4 ospiti. Due coppie danesi: due uomini e due donne.
Scambio qualche battuta prima con uno degli uomini, poi con una delle donne sul fatto che avessi vissuto qualche anno in Danimarca.
A questo punto mi sono svegliato. Erano da poco passate le 4.30 e, mentre mi rigiravo nel letto alla ricerca del sonno perduto, pensavo alla sitiuazione del sogno:
io e Mara ci trovavamo in una minoranza.
Una condizione che io maschio bianco, italiano, eterossessuale ho vissuto per qualche anno in Giappone ma che, per mia fortuna, non ho più provato – è il caso di dirlo – sulla mia pelle.
E’ un pensiero un po’ banale, superficiale e che di certo non cambierà la condizione di tutte quelle persone – o categorie di persone – che invece vengono ghettizzate, emarginate ed escluse tutti i giorni, ma voglio comunque augurare a tutti loro che, almeno per un giorno, si sentano parte di un tutto, inclusi ed accettati.
E visto che, volenti o nolenti, credenti o miscredenti, qui da noi è un giorno di festa, vi lascio con tre brani musicali che narrano il Natale dal punto di vista degli esclusi.
Dagli immigrati falliti ed alcolizzati dei Pogues
Ai drogati degli Zen Circus
Per finire con De Andrè che con la sua poesia ci racconta della discriminazione numericamente più diffusa nel mondo: le donne.
TANTI AUGURI!
Pop kills your soul?
Sono già passati 9 anni da quando gli Interpol riportarono alla ribalta il sound degli Eighties col loro album d’esordio Turn On the Bright Lights.
Quello che sembrava un estemporaneo revival però non sembra conoscere crisi. Siamo nel 2011 e gli emuli del post-punk anni 80 si susseguono:
i già citati Interpol, the Editors, the Departure, the Hurts con un sound un po’ più cupo, in stile Joy Division.
Più sul versante pop allegro invece i Franz Ferdinand, Kaiser Chiefs, i primi Kasabian, the Vaccines.
A quest’ultimo filone appartengono anche i Drums, una band di Brooklyn.
Chitarre, tastiere e… drums decisamente eighties. Condito dal look da cool nerd a metà tra il divertente e l’inquietante del cantante, Jonathan Pierce.
E’ appena uscito il loro secondo album, Portamento, da cui è tratto questo singolo.
Basso voltaggio alto pedaggio
Giovedì pomeriggio sono andato a Milano a fare la prova su strada della Smart Electric Drive.
L’impressione è stata buona ma una prova in mezzo al traffico di poco più di 20 minuti è un po’ poco per giudicare un’auto così diversa dalle altre.
Qui trovate il resoconto di una prova un po’ più lunga.
Sono anni che, sull’onda dell’eco-tutto, si parla di auto elettriche, mobilità elettrica, sostenibilità e corollari vari.
Personalmente sarei anche interessato all’articolo e così, da mesi, giro in rete e per concessionari a chiedere informazioni.
Se provate a fare una ricerca su google con le parole auto elettrica troverete decine di articoli di riviste più o meno specializzate che vi raccontano che l’auto elettrica in Italia è ormai realtà.
La realtà è però un po’ meno… reale!
Provate infatti a visitare i siti delle case che – al momento – hanno delle auto elettriche in listino… anzi no, diciamo semplicemente che hanno annuciato auto elettriche.
Peugeot ha un sito dedicato alla iOn da oltre un anno con una bella scritta che ne annuncia la commercializzazione per Dicembre 2010. Peccato che della suddetta city-car non vi sia però traccia nelle concessionarie.
D’altra parte non si riescono a reperire informazioni certe sul prezzo da nessuna parte – men che meno sul sito ufficiale.
Discorso simile per la Nissan Leaf, auto di cui in rete si leggono recensioni entusiastiche e che è già in commercio in molti paesi anche in Europa. Qui c’è un elenco. Si noti l’assenza dell’Italia.
Sul sito italiano in effetti ci sono un sacco di informazioni sull’auto ma tempi di commercializzazione e prezzo restano un mistero.
La Renault fa le cose in grande e presenta un’intera gamma di auto elettriche annunciandone il lancio a inizio 2012. Anche qui però silenzio sul prezzo.
L’unica che sembra avere già in commercio un’auto elettrica è la Citroën con la sua C-ZERO (non provate a usare il configuratore auto con un browser che non sia IE perché non funzionerà).
Peccato che questo primato lo facciano pagare caro: l’auto infatti costa 36 mila euro!
E qui casca l’asino, come direbbe Tonino Di Pietro!
Citroën a parte, sui prezzi delle auto che ho menzionato circolano solo voci: chi parla di una sorta di canone a noleggio che si aggira sui €500 al mese (hai detto niente!), chi di 15-20 mila euro per l’auto e di un prezzo mensile per il noleggio della batteria (che è il vero costo di queste auto).
Per la Smart, per esempio, gli addetti presenti alla prova mi hanno ipotizzato (e sottolineo ipotizzato) quest’ultima soluzione: auto a circa 16 mila euro+batteria a noleggio a €60/mese.
L’unica cifra certa è il canone di €25/mese che si prende l’ENEL – con cui la Smart ha siglato un accordo – per installare un contatore supplementare a casa per la ricarica. Eggià, perché misteriosamente la Smart non si può collegare alla rete domestica come invece accade per le altre auto.
Capite bene che, con questa incertezza sui tempi di commercializzazione e a queste cifre, al momento l’acquisto di un’auto elettrica in Italia è pura chimera.
Se ci si aggiunge la ridotta autonomia e l’assenza di colonnine per la ricarica* sul territorio, direi proprio che l’auto elettrica ha ancora parecchia strada da fare… ammesso che non si scarichi prima!
* Ci sono posti in Italia che sono però avanti anni luce: a Lipari esistono 5 o 6 colonnine per la ricarica delle auto elettriche da oltre 4 anni. Peccato che non ci sia una sola auto elettrica su tutta l’isola!! Le colonnine ovviamente non sono alimentate…
Disfrutar de su comida!
Il turista italiano all’estero vive in genere 2 drammi fondamentali: la mancanza del bidet e il cibo.
Per il primo non c’è molto da fare. Bisogna sperare che la doccia del proprio alloggio non sia troppo scomoda.
Per il cibo ci sono in genere 2 correnti di pensiero.
La prima, quella dei Nazional-puristi, che non concepisce un pasto che non contempli il piatto di pastasciutta o, come surrogato, almeno la pizza.
Il Nazional-purista, in qualunque città del mondo si trovi, cercherà sempre e comunque il ristorante italiano.
Che si trovi in un villaggio Hutu nel mezzo della savana africana o che stia scendendo in canoa lungo il Rio delle Amazzoni, a pranzo si aspetterà il tagliere di affettati misti e a cena pretenderà le linguine al pesto. Senza se e senza ma.
La seconda corrente di pensiero è invece quella degli Estremisti Sperimentatori. Al contrario dei primi, per queste persone il motto è “mai mangiare italiano fuori dall’Italia”.
Questi personaggi arriveranno a corrodersi l’esofago, a sciogliersi il fegato e spappolarsi lo stomaco pur di sperimentare tutte le prelibatezze del luogo visitato.
Non esiteranno ad assaporare interiora di pecora farcite di peperoncino, sorseggiare sangue caldo di cormorano e pasteggiare con zuppa di medusa e code di scorpione. Tutto nel nome dell’autenticità della cucina locale.
Personalmente non posso nascondere di sentirmi più vicino alla seconda categoria di viaggiatori e solo in casi disperati mi avvicino a cibo che possa anche lontanamente ricordare una pietanza italica.
Parliamoci chiaro, sono il primo ad ammettere che la varietà e qualità di sapori che si trovano in Italia non ha eguali. Però, tolta la Francia dove se la menano un casino ma poi mangiano solo bistecche e patatine fritte, ogni paese ha le sue specialità più o meno gradevoli da offrire.
In Perù ero partito prevenuto. Mi avevano detto che non si mangiava bene ed ero quindi pronto a rompere il voto anti-spaghetto in caso di necessità.
In realtà, anche in questo paese, ho fatto succulente scoperte.
La bevanda nazionale
Si spartiscono questo titolo 2 bevande molto diverse tra loro:
Il Pisco Sour, un cocktail ottenuto dal Pisco, un’acquavite di vino, originaria dell’omonima città. Se preparato con un Pisco di buona qualità (è importante!) e col lime fresco è eccezionale. E’ fresco, saporito e aromatico. Dissetante e sfizioso. Va giù come acqua e si fa presto a esagerare! L’unico difetto che ha è che in tutto il Perù cercano di servirtelo in qualsiasi occasione. Dalla colazione al dopo cena.
Il Mate de Coca, il tè di foglie di coca. E’ una bevanda tipicamente andina ma, in bustine, si trova in tutto il paese. Per le sue proprietà energetiche è ottima per combattere il mal d’altura e la fatica. Si beve liscio, senza zucchero ed è buonissima. Noi ne siamo diventati assolutamente dipendenti!
I prodotti della terra
Essendo un paese fondamentalmente povero, molta cucina è basata sui prodotti coltivati.
I prodotti principali sono 2: le patate (papas) e il mais (maiz) che, nonostante l’altura (dai 3500m in su) crescono benissimo e in molteplici varietà.
Di patate ne avremo viste almeno 6 o 7 qualità diverse. Dolci, gialle, rosse, lunghe, tonde…
Idem per il mais. Il più comune ha pannocchie enormi, quasi bianche, con chicchi giganti. Ho visto poi mais nero (da cui ottengono una sorta di birra, la Chicha), rosso e giallo.
Esiste poi la quìnua, una pianta erbacea molto proteica servita solitamente in zuppa. E’ molto buona e, come consistenza, assomiglia vagamente al farro.
Una citazione d’obbligo, pur non essendo un vero e proprio alimento, la meritano le foglie di coca. Noi le abbiamo masticate come deterrente al mal d’altura, ma la loro importanza nella cultura Inca è assolutamente fondamentale.
Pesce
A Lima e sulla costa il piatto immancabile è il Ceviche (o Cebiche): pesce e frutti di mare crudi e marinati nel limone. Ne esistono mille varianti tutte ottime (a patto che il pesce sia fresco ovviamente!)
Sempre sulla costa si trova quantità di pesce a la plancha, alla piastra.
Curiosamente il pesce è anche un piatto tipico delle alture andine. La Trucha, trota, si trova infatti come piatto tipico sugli altipiani a oltre 4000m, prevalentemente a la plancha. Sempre ottima!
Carne
La pastorizia è molto diffusa per la lana dei camelidi (Lama, Alpaca e Vigogne) ma anche delle pecore.
Dunque i piatti a base di Cordero (agnello) e Alpaca si affiancano ai più comuni Cerdo (maiale) e lomo (manzo). In particolare il lomo saltado è un piatto tipico di origine criolla.
Onnipresente è anche il pollo sia arrosto che a la plancha.
Infine non si può non citare la specialità più pittoresca, tipica della zona di Cusco: il Cuy, il porcellino d’India. Viene cotto normalmente al horno (al forno), servito intero su un letto di papas.
Sia come sapore che come consistenza ricorda il pollo. Come aspetto, giudicate voi. Dico solo che il nostro tassista cusqueño, a domanda se gli piacesse il Cuy, ha risposto un po’ schifato “me parece una rata”.
Dolci
Molto comune il cioccolato che viene coltivato nelle regioni amazzoniche settentrionali del paese. Anche il dulce de leche, diffuso in tutto il Sudamerica, viene largamente utilizzato nella preparazione di dolci e torte.
Insomma, come si vede, non mancano le pietanze per sopravvivere 3 settimane senza doversi infilare nella Tràtoria da Luiggi per mangiarsi gli Espaguetti Bolognesa o la Pizza Margarita!
Se poi si è disposti a spendere qualcosa in più (ma stiamo parlando dell’equivalente di 50€ in due) per cenare all’Indio Feliz di Aguas Calientes o, meglio ancora, al Cicciolina di Cuzco, proverete delle delizie che farete fatica a ritrovare anche a casa nostra – a meno di spendere 4 volte di più.
Buon appetito!
I ricordi rubati
Ormai sono passati 4 giorni. A mente fredda, si dice.
Ormai la nostra tristezza è quella giusta, sana, che ha chi è rientrato dalle ferie.
In questo momento, mentre scrivo alle 2 di Domenica notte, né io né Mara riusciamo a prendere sonno.
Per il jet-lag, certo, ma anche per il pensiero del rientro ai nostri squallidi uffici e inutili lavori che ci aspettano da qui a poche ore.
Questo pensiero, paradossalmente però, mi conforta per la sua familiare normalità.
O almeno ci prova.
Perché in realtà, anche dopo 4 giorni, le immagini di quell’ultima sera a Lima non se ne vanno.
Tornano a girare, come uno spezzone di videoclip in loop, nella mia testa (e forse anche in quella di Mara) tutte le sere, quando mi metto a letto.
Sono frammenti, immagini sfuocate, monche.
Le 4 portiere dell’auto chiara, un modello orientale, che si aprono contemporaneamente – proprio come nei film.
La prima figura che scende rapida. Zoom sulla pistola. Sembra enorme.
In pochi secondi ci sono addosso ma non sento, non ricordo panico. Anzi mi sembra di essere stato calmo.
Dico “ok, ok” alzando le mani e lasciando che la figura, con la mano libera dalla pistola, mi sfili di dosso il borsino e lo zaino.
Ed è solo quando mi perquisisce, prendendomi il portafogli dalla tasca, che mi giro verso Mara.
Di questo mi vergogno. Quanto tempo è passato prima che il mio pensiero andasse a lei?
Vedo che le sfilano a forza il giubbotto. Quella che era stata relativa calma assume i contorni sfumati della paura.
Un secondo per sfilare anche a lei il borsino, un altro per l’orologio. Poi la scena rallenta.
Uno, due, tre tentativi di sfilarle l’anello. Niente.
Mara racconterà poi che ha sentito, capito distintamente uno di loro dire di lasciar perdere, che non valeva niente.
A me l’audio non è mai arrivato.
La scena successiva, l’ultima che ricordo, sono 4 figure armate che corrono verso la berlina chiara orientale, io che con scarsa convinzione biascico 3 o 4 volte di fila “por favor, los pasaportes…” e Yolanda che esce dal B&B e porta dentro Mara.
Ecco. I ricordi. Quello che quei 4 ci hanno portato via – o forse dovrei dire ci hanno scambiato – sono i ricordi.
Il bottino sì, non è poco: tutti i miei documenti, il passaporto di Mara, le carte di credito, i cellulari, poco contante, gli occhiali da sole, molti souvenirs e la macchina fotografica.
Ed è quest’ultima che lascia l’amaro in bocca. O meglio, il suo contenuto.
Sì, me lo sono ripetuto anch’io. Le fotografie non sono importanti. L’importante è aver fatto il viaggio, averlo vissuto. Le immagini sono impresse nelle nostre menti – o nei nostri cuori se si vuol essere più romantici.
Altrimenti basterebbe vedere un bel documentario da casa.
Ma la realtà è che per ora, i ricordi che ci hanno lasciato quei 4 non sono quelli che vorrei rivedere. La verità è che per riavere i ricordi giusti, sani il contenuto di quella macchina fotografica ci avrebbe fatto un gran comodo.
E poi dove lo metti il piacere mancato di ammorbare amici e parenti con le foto delle vacanze?
Anche se non leggeranno mai questo blog voglio comunque ringraziare Yolanda per tutto il supporto pratico datoci quella sera e il giorno successivo e i funzionari dell’Ambasciata Italiana di Lima che, in un giorno di chiusura, si sono prodigati per farci ottenere i documenti necessari per tornare a casa.
Senza di loro sarebbe stato tutto molto peggio!
Il Puma di Pietra

in cucina
PREMESSA: come ci insegna il Libro Cuore il bene vince sempre sul male e quindi ogni atto di superbia verrà punito.
Nell’ultimo post ho voluto fare il ganassa affermando che il soroche, il mal d’altura, mi avesse fatto un baffo.
Puntuale è arrivata la mazzata.
Abbandonato il Canion del Colca, dopo un viaggio di quasi 5 ore attraverso un altipiano mozzafiato costantemente sopra i 4000, siamo arrivati la sera del 19 a Puno devastati.
Talmente forte erano mal di testa e nausea che ho contravvenuto alla seconda regola fondamentale del viaggiatore: mai mangiare cibo italiano all’estero. Vi lascio immaginare quanto erano buone le 2 pizze Margarita!
Puno, come ha più volte ribadito Mara, l’è un pustass.
È stata quindi una mia felice intuizione quella di svincolarsi dall’ottima organizzazione di Angelo e Yolanda scegliendo di stare a Casa Panq’arani.
Un’oasi di colori e natura in mezzo allo squallido grigiore dei palazzi con cemento e mattoni a vista, alla sporcizia e al traffico di Puno.
Se passate da quelle parti, fate una sosta da Edgar e Consuelo. Farete parte della loro famiglia.
La mattina successiva, riposati e passato il soroche, ci siamo imbarcati per quella che sicuramente sarà una delle esperienze più belle di questo viaggio.
La felice intuizione stavolta è di Mara. Tra le tante proposte di tour delle isole del Titikaka, ne ha scelta una un po’ particolare, consigliata dalla Lonely Planet: un giorno e una notte presso una delle famiglie Uros, che popolano le omonime isole galleggianti.
Particolare perché il 99% dei tour prevede il pernottamento su una delle 2 isole naturali, Taquile o Amantani.
Come da accordi, alle 10 del mattino un taxi viene a prelevarci all’hostal portandoci ad un minuscolo molo.
Insieme ad una coppia di ragazzi inglesi, in poco più di mezz’ora di navigazione ci troviamo in un mondo incredibile.
L’isola Qhantati è una delle 63 isole galleggianti fatte di totora, canne che crescono nella parte meno profonda del lago.
Già vedere queste enormi piattaforme ricoperte di casette, tutto nella splendida tonalità di giallo paglierino, ha dell’incredibile. Sembra tutto finto da tanto è bello!
Ma quando poi si poggia piede su uno strato morbido ma al tempo stesso compatto di cannizzato, la sensazione di essere approdati su un mondo “altro” è fortissima.
Quella di Victor e Cristina è l’unica delle famiglie degli Uros ad aver trasformato parte della loro isola in in vero e proprio hotel.
Ci spiegano che ormai tutta la comunità vive unicamente di turismo (la misera battuta di pesca che faremo nel pomeriggio ci fa intuire il perché) e che loro, da 6 anni, stanno tentando l’esperimento dell’alloggio.
Tutte le altre isole infatti vengono visitate a turno da orde di turisti (si parla di qualche migliaio al giorno!) che vi sostano per qualche minuto, comprando souvenir, sulla rotta per le isole “naturali” Taquile o Amantani.

La nostra camera da letto in Totora
Dopo averci mostrato i nostri alloggi e le zone comuni, la mattina passa piuttosto velocemente con Victor che ci spiega, con tanto di modellini rigorosamente in totora, come vengono costruite le isole, la loro storia, i costumi e gli usi della popolazione Uros e la storia del lago.
Titikaka, ci dice, in lingua Aymara, significa puma di pietra.
Rovesciando la cartina del lago si vede – con un po’ di fantasia! – un puma nell’atto di assalire un coniglio.
A pranzo un’ottima trota alla griglia (specialità di tutta la zona andina) e poi riposo.
Nel pomeriggio, dopo averci fatto indossare dei costumi tradizionali, usciamo sul lago con un’imbarcazione anch’essa in totora.
Come accennavo, le reti che Victor aveva piazzato il giorno prima, offrono un magro bottino. Ormai, ci dice, lo fa solo come dimostrazione per noi turisti: nel lago non si pesca quasi più nulla.
La serata passa oziosa fino all’ora di cena. Mentre stiamo mangiando si scatena un temporale (insolito in questa stagione, ci dice il nostro ospite). Siamo tutti e 5 (nel frattempo si è aggiunta una ragazza) piuttosto preoccupati. Fuori ci sono tuoni, fulmini e raffiche di vento. Reggeranno le nostre capanne di canne?
Finita l’ottima cena, sono appena le 8, avvolti nelle coperte che ci hanno fornito – quando cala il sole la temperatura scende fino ad arrivare attorno allo zero – approfittiamo di un momento in cui non piove per ritirarci nelle nostre stanzette.
Ci infiliamo, vestiti come siamo, sotto le 4 o 5 pesantissime coperte e in pochi minuti siamo nel mondo dei sogni confortati dal fatto di non sentire più rumore di tempesta.

Uno scorcio dell'isola Qhantati
Non è ancora sorto il sole quando esco dal calduccio delle coperte per vedere il cielo sgombro da nuvole.
Mi godo l’alba che pian piano scioglie il rosso fuoco accendendo di giallo gli isolotti adagiati sullo specchio d’acqua scintillante.
Auguro a Cristina, Victor e le loro famiglie di avere successo in questa loro impresa. Se lo meritano. Sperando che il successo non stravolga i ritmi sonnolenti dell’isola. Una cosa preziosa!
La visita successiva alla tanto reclamizzata Taquile lascia sia me che Mara piuttosto freddi.
I panorami sono splendidi ma tutto sa di deja-vu. L’isola infatti assomiglia tremendamente alle “mie” Eolie e nemmeno il fatto di sapere che ci troviamo, non nel mediterraneo, ma su un lago a 3800m di altitudine ci leva quella leggera sensazione di indifferenza.
Come dicono gli americani, Uros is something else!
El condor pasa
Chivay, 7000 anime abbarbicate a 3500m in mezzo alle Ande.
Siamo arrivati qui all’ora di pranzo dopo un’arrampicata di 4 ore su di un van 16 posti, attraversando la Riserva Nazionale delle Vigogne (con un paio di stop per osservare da vicino questi camelidi insieme ai loro cugini lama e alpaca) e culminata con l’attraversamento del Paso de los Volcanos, un belvedere su 4 vulcani le cui cime sono tutte attorno ai 6000m.
Il passo stesso si trova alla bella quota di 4900m. Che si sentono appena si fanno due passi: testa che gira, respiro che manca e gambe molli.
Sono però orgoglioso di affermare che sono stati gli unici effetti del soroche avvertiti.
Sicuramente siamo arrivati preparati. Da ieri infatti prendiamo delle pillole e la nostra guida, alla partenza da Arequipa, ci ha fatto fare una tappa strategica in un negozietto dove abbiamo fatto scorta di caramelle, bevande e foglie di coca oltre all’immancabile mate de coca.
Le foglie, a dire il vero, ce le abbiamo ancora quasi tutte. Fanno abbastanza schifo!
Caramelle, bibita, mate e pure biscotti tutto alla coca, in compenso lì abbiamo finiti. Siamo sulla buona strada per la tossicodipendenza!
A Chivay ci siamo sistemati al Pozo del Cielo. Un albergo veramente grazioso che riprende le antiche dimore locali in adobe.
Ma la vera chicca è stato il pomeriggio passato alle terme. Cinque vasche di calda acqua sulfurea all’aperto incastonate tra le pareti rocciose delle Ande e il fiume Colca. Uno spettacolo! E un toccasana per il freddo che, dopo il tramonto, qui si fa sentire (in questo momento, le 7 di sera, dovremmo essere intorno ai 5 o 6 gradi)
La cosa curiosa delle terme è che, delle 5 vasche, a noi turistas sono concesse la 1, la 2 e la 5. Le altre sono per il pueblo – che a loro volta non possono accedere alle “nostre”. Una sorta di apartheid termale!
Cena in un locale tipico con danze tipiche. Che tradotto significa trappola per turisti con cibo finto genuino e pagliacciata annessa. Vabbè, di qualcosa dovrà pur vivere questa gente costretta a stare in luoghi maestosi ma crudelmente inospitali.
La mattina sveglia all’alba per raggiungere la Cruz del Condor.
Quello che non ci aspettavamo era di vedere il pennuto dalla sorprendente apertura alare sacro agli Incas così da vicino.
Uno spettacolo incredibile!
Com’è piccolo il mondo (del turista)
Prima di partire qualcuno, sentendo che avrei fatto un tour del Peru, mi ha detto “ah, non una vacanza normale…”
Immgino intendesse dire che non avrei passato il classici 15 giorni “in villeggiatura” al mare o in montagna.
A parte il fatto che per me questa è una vacanza normale, ci si immagina che fare un tour di un paese lontano dal proprio sia una qualche folle avventura irta di pericoli e insidie.
In realtà di viaggi avventurosi ormai non ne esistono più da nessuna parte. Qualsiasi luogo della terra ormai è già stato visitato da qualcuno ed è diventato mèta turistica per chiunque.
Succede cos¡ che che durante il tuo avventurosissimo viaggio sosti nel tuo primo B&B e vedi viaggiatori avventurosi come te da altre parti del mondo. Se sei particolarmente sfortunato sono pure italiani e magari vengono dal paese accanto al tuo.
Inizialmente non ci fai molto caso e scambi magari un good morning a colazione.
Il giorno dopo sei alla stazione degli autobus in partenza per la prossima tappa e rivedi la stessa coppia che avevi salutato poche ore prima al B&B.
Sorrisini e altri saluti.
Due giorni dopo, passeggiando per le strade della misteriosa cittadina sudamericana… eccoli di nuovo lí, i soliti 2!
Pochi passi più in là ed ecco il tizio strano della camera 202 dell’hotel dell’altro giorno.
Passano i giorni, cambiano gli alberghi, i B&B, le locande, fai migliaia di chilometri ma, gira e rigira, per 20 giorni vedi sempre le stesse facce, gli stessi turisti.
Insomma, come recita il sottotitolo di questo blog ci piace andare lontano. Ma lontano da chi? Che tanto siamo sempre gli stessi quattro gatti!
Segnali di Natura opposta

Stamattina di buon ora (tanto per cambiare!) ci siamo imbarcati per visitare le isole Ballestas, un gruppo di isolotti a una ventina di km dalla costa di Paracas.
Sono conosciute anche come “piccole Galapagos” per la varietà di fauna presente:
cormorani, gabbiani, avvoltoi, rondini di mare. E ancora pinguini di Humboldt, delfini e leoni marini.
Ma quel che impressiona un ignorante di bird watching come me, più che le diverse specie è il numero di uccelli presenti. È qualcosa di inimmaginabile. Intere isole ricoperte di volatili.
Non c’è da stupirsi se, per oltre 100 anni, le Ballestas hanno fruttato enormi ricchezze grazie alla raccolta del guano. Guano che ha portato addirittura ad una piccola guerra tra Perù e Inghilterra per aggiudicarsene lo sfruttamento.
Va da se che in 100 anni sono riusciti a raccogliere tutto il guano presente e il gioco è finito.
Così adesso hanno capito che è meglio sfruttarne le potenzialità turistiche: l’accesso alle isole è vietato, un guardiano vive stabilmente sull’isolotto principale dandosi il cambio con un collega ogni 2 mesi. Le visite in barca sono sempre con una guida che spiega ai turisti il giusto modo di approcciarsi alla fauna locale.
Insomma, pare stiano facendo in buon lavoro per preservare questo paradiso naturale.
Terminata la gita marittima, il nostro fido Cesar ci ha accompagnati a Ica. O meglio, all’oasi di Huacachina, a pochi km da Ica.
Tutta la regione infatti, a parte piccoli lembi di terra coltivati grazie all’irrigazione artificiale, è completamente desertica. Un deserto di terra e sassi.
Fa eccezione una fascia di ca 150×12 km che si estende da Ica verso sud che è invece composta da dune di sabbia stile Sahara.
Tra queste dune si trova appunto Huacachina, una pozza d’acqua (piuttosto stagnante a dire il vero) attorno alla quale è sorto un paesino grazioso meta di un turismo prevalentemente giovane. Questo probabilmente perché l’attrazione principale sono le dune buggy con cui sfrecciare tra le dune e il sand-boarding, la discesa con la tavola.
Ovviamente anche io e Mara – che adoriamo queste cavolate – siamo subito saliti su un buggy lanciandoci poi a capofitto giù per le dune sulle tavole.
Ciò che ci ha lasciato perplessi però è la totale incuria in cui versano le dune.
Bottiglie, taniche e sacchetti di plastica si trovano sparsi ovunque tra la sabbia. Spazzatura gettata dai turisti ma anche dai locali e che nessuno ripulisce.
È uno spettacolo piuttosto triste che stride con il fascino del posto che non sarebbe niente male.
Forse un minimo di consapevolezza ecologica a questi non farebbe male. Basterebbe guardare al buon esempio, pochi chilometri più a nordovest.

















Ultimi commenti